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domenica 14 giugno 2020

Dialoghi "quasi" mitici -Step#25

Due amici di vecchia data, Andrea e Dario, si trovano nel solito bar vicino casa. L’estate sta finendo e i due sono tornati da poco in città dalle vacanze estive.

ANDREA.

(entra nel bar) Ehilà! Come andiamo? (abbraccia D.).

DARIO.

(dando una pacca sulla spalla ad A.) Tutto bene, caro! E tu?

ANDREA.

Non c’è male. E allora? Questa vacanzina? (si siede al tavolo).

DARIO.

Non hai idea di quante ne ho da raccontare (prende posto).

ANDREA.

Si va be’, sei il solito mattacchione!

DARIO.

Eh, sì! Mi sono dato alla pazza gioia (sorride ironicamente), e tu? (fa un cenno al cameriere per ordinare)

ANDREA.

Lo sai, ero con Giulia… (alza gli occhi al cielo) che noia quella tipa.

DARIO.

Non stare sempre a lamentarti. Sicuramente non sarà stato così male.

ANDREA.

Forse hai ragione. Alla fine mi sono goduto un po’ di mare, un po’ di relax e qualche bella ragazza (ride).

DARIO.

(ride) Tu sempre a quello pensi, birbantello!

ANDREA.

E tu che hai combinato?

DARIO.

Sai, solita solfa. In montagna, la natura, i ruscelli… Una fetta di paradiso il Piemonte.

Piuttosto, hai avuto notizie di Marco? (poi, voltandosi verso il cameriere) Due caffè, per piacere. (guarda A. cercando consenso) Tanto Marco ritarderà come al solito.

ANDREA.

Marco? Sempre in ritardo lui, quell’uomo è un mistero. Comunque no, non si è fatto sentire nemmeno una volta.

DARIO.

Lui sì che si sarà divertito a Mykonos!

ANDREA.

Eh già! Carlotta mi ha detto di averlo sentito. A quanto pare si è fatto fare i capelli rasta.

DARIO.

No, non ci posso credere! Sarà un’oscenità! (strabuzza gli occhi) Pensa che Giulio ha visto una foto di lui al pronto soccorso. Pare che sia finito in un giro di droga laggiù.

ANDREA.

Non dire assurdità! Sai che Marco è un po’ ingenuo, ma non si direbbe fino a tal punto.

DARIO.

(aiutando il cameriere a servire il caffè) Giulio dice che aveva sicuramente fatto a botte con qualcuno, perché aveva il naso rotto.

ANDREA.

(quasi sputando il caffè appena sorseggiato) Si è rotto il naso?!

DARIO.

A quanto pare… Speriamo non si sia trattato di qualcosa di eccessivamente grave.

ANDREA.

Speriamo… Anche perché sostenere le spese mediche non sarà facile per lui, dato che gli stanno pignorando la casa.

DARIO.

Cosa?! Non ne sapevo nulla! Non me ne ha mai parlato.

ANDREA.

Sai che non ama parlare di soldi. Non ne ha parlato neppure a me. Me lo ha raccontato la sua ex ragazza.

DARIO.

Mamma mia! Eppure, lui è un così bravo ragazzo (pensieroso sospira). Non è da lui.

ANDREA.

Hai proprio ragione Dariuccio, ma sai, magari è cambiato e non ce ne siamo nemmeno accorti (fa spallucce).

DARIO.

Quando eravamo più piccolini è sempre stato il più giudizioso dei tre. Ricordi? Noi sempre lì a far baldoria e lui con la testa fra i libri.

ANDREA.

Magari starà recuperando il tempo perso in epoca liceale. Che so (ride).

DARIO.

Ma va! Proprio non me lo spiego…

ANDREA.

(porge le tazzine al cameriere) Grazie!

CAMERIERE.

A lei!

MARCO.

(entrando nel bar) Guarda chi si vede! Il gatto e la volpe! (ride)

ANDREA.

Eccolo! (ride)

DARIO.

Alla buon’ora, furfante! Dove hai lasciato i tuoi rasta? (continuando a ridere)

ANDREA.

Gli saranno caduti lungo la strada (ride). Ma poi, che rinoplastica perfetta, no? (cercando approvazione da A.)

DARIO.

Ma sì, chissà quanti danari avrà sganciato il nostro Casanova! (ride)

MARCO.

(prendendo posto) Ma di che diamine parlate voi cialtroni? Sempre a farneticare state.

DARIO.

Vedi che le notizie corrono veloci. Sappiamo tutto, vuota il sacco!

ANDREA.

(spalleggiando D.) Che vacanza da leoni, eh?

MARCO.

Non ho proprio idea di che cosa stiate parlando voi due. Sono stato a Mykonos a trovare mio zio Ioannis, mi sono preso cura di lui. Non ho fatto nessuna vacanza da leone… (si acciglia perplesso)

ANDREA.

Ma come? Non starai mentendo proprio a noi due. Sappiamo della casa pignorata.

DARIO.

A proposito, se hai bisogno di una mano, vieni pure a stare da me.

MARCO.

Pignorando la casa? Ma se l’ho appena comprata! (ride perplesso) Grazie Dario, ma non ne ho bisogno. Ma poi di che rinoplastica state parlando? Chi l’ha fatta? La moglie di Giulio?

DARIO.

Sì sì, certo! Fai pure il finto tonto, sappiamo del giro di droga in cui sei finito.

ANDREA.

Smetti di tenerci all’oscuro di tutto!

MARCO.

Certo, dimenticavo il traffico di farmaci che portavo dal negozio al letto dello zio (ride sarcastico).

DARIO.

Su, fa vedere (afferra il volto di M. dal mento e lo squadra). Proprio un ottimo lavoro, è proprio identico, non c’è che dire.

MARCO.

E mollami, idiota! (allontanando seccato la mano di D.) Non ho fatto nessun intervento. Smettetela di seccarmi, fate i seri.

ANDREA.

Non stiamo farneticando, scemo. Sono state diffuse notizie false sul tuo conto.

MARCO.

Siete dei pecoroni. Sentiamo, cosa vi hanno detto su di me?

DARIO.

Beh, Giulio mi ha detto di aver visto una tua foto al pronto soccorso e la tua carissima (ride ironicamente) ex ragazza mi ha detto della casa.

ANDREA.

A me quella stupida di Carlotta ha detto dei rasta.

MARCO.

Siete stati raggirati come dei citrulli. Non bisogna credere a tutto quello che la gente dice in giro.

DARIO.

Hai proprio ragione, mi sento così sciocco.

ANDREA.

Eh sì, avremmo dovuto chiedere direttamente a te, la fonte più attendibile di tutti. Ci dispiace.

MARCO.

Non vi preoccupate, sono cose che capitano. State più attenti in futuro (da una pacca sulla spalla a D. e A. per smorzare la tensione).

sabato 13 giugno 2020

Concentrato di mito -Step#24

Dal greco μῦϑος che significa “racconto”, “favola”, la parola mito oggi ha assunto il significato di “narrazione fantastica”. Trattandosi di un fenomeno che accomuna popoli, culture e civiltà di tutti i luoghi e tempi, si può riscontrare un termine equivalente in tutte le lingue del mondo.

Quello mitico è un genere letterario che oscilla tra la poesia e la narrativa e che affronta temi d’ogni genere, persino quello amoroso. Nei secoli molti sono stati i mezzi d’espressione che ha permeato quest’arte andando oltre i confini della letteratura: la pittura, la musica, il teatro, il cinema internazionale e italiano, le serie tv e anche la pubblicità.

Il mito è protagonista della nascita della filosofia, con il cosiddetto passaggio “dal mito al logos”. L’uomo antico decise di abbandonare le icone del passato in favore del ragionamento logico. Tra i filosofi che segnarono quest’evoluzione spicca di certo Platone, protagonista della filosofia dell’antica Grecia. Invero non è mai stata abbandonata la riflessione riguardo il mito. Nel medioevo i filosofi reinterpretarono in chiave cristiana i già noti miti antichi. Nel mondo moderno Giambattista Vico intraprese un’attenta analisi storico-antropologica di quest’ultimi. Infine, in epoca contemporanea i grandi letterati, come Borges, sono andati alla ricerca del mito originario.

Proprio Borges può essere considerato un luminare del mito, inteso come frutto di una memoria collettiva che richiama gli archetipi umani. Tale memoria può essere risvegliata in noi anche solo ammirando le numerose costruzioni antiche che popolano il nostro pianeta e che sembrano essersi fatte da sé.

Mito però non significa solo passato. È altrettanto affascinante scoprire i mondi utopistici generati dalla mente umana. Vi è però una netta differenza tra mito e utopia: il primo è frutto dell’immaginazione e della dimensione onirica, invece la seconda è prodotto dalla ragione. Entrambi i concetti possono avere dei risvolti negativi in quanto distopie e fake news. Il fenomeno delle fake news, in particolare, è tanto pericoloso quanto sfruttato per manipolare le masse in tempi di crisi.

In passato però il mito aveva una funzione pedagogica, insegnava ciò che era eticamente giusto. Nello Zibaldone, Leopardi infatti, costruì un’attenta analisi critica basata sullo scetticismo, non tralasciando però anche un certo aspetto platonico.

Mito e mondo sensibile sono l’uno specchio dell’altro, non esiste una netta differenza tra i due. Il mito è considerabile come il processato mentale della realtà.

martedì 19 maggio 2020

ABBECE...mito! -Step#17



A. Archetipo

B. Bios

C. Creazione
D. Demiurgo
E. Esiodo
F. Falso
G. Giustizia
H. Hellas
I. Istinto
L. Logos
M. Musa
N. Nascita
O. Origine
P. Profezia
Q. Qualità
R. Ricordo
S. Simbolo
T. Testimone
U. Usanza
V. Verità
Z. Zarathustra

sabato 16 maggio 2020

Testimonial mitico -Step#16

Nella scrittura di questo blog ho imparato insieme a voi come da un singolo termine possano svilupparsi tante strade, come i raggi di una ruota di bicicletta. Volendo però risalire il fiume del logos mitico, il mio limite conoscitivo non riesce a sconfiggere le correnti che nascondono il vero. Per questo devo fare affidamento ad uno di quei lanternoni pirandelliani che illuminano la retta via.
Ed ecco che con questo obiettivo salgo sul groppone del caro Jorge Luis Borges - già citato in un post precedente - e mi faccio trasportare verso il vero sul mito.

Jorge Luis Borges

Se pensiamo al mito, dove proiettiamo la nostra mente? Il nostro cervello si catapulterebbe in luoghi e tempi remoti, tali da giustificare certe immagini dionisiacamente irrazionali. Su questa ricerca interiore verso il proprio io più intimo e arcaico riflette Borges. 

Lo scrittore argentino individua, quindi, nella poesia e la letteratura in generale - prodotti dell'animo umano - una struttura ed un linguaggio non comuni. Queste comunicano attraverso dei fattori che riflettono degli archetipi interiori. Borges fa riferimento ad un esempio per tutti: l'Ode all'usignuolo di John Keats.

 


Il cuore si strugge ed un sonnolento torpore
affligge i sensi, come se ebro di cicuta,
o d’un sonnifero pesante trangugiato
pochi istanti fa, fossi affondato nel Lete:
è non certo per invidia della tua felice sorte,
ma troppo felice nella tua felicità.
Tu, arborea driade dalle lievi piume,
che in una macchia melodiosa
di faggi verdi e sparsa d’ombre innumerevoli
canti l’estate la felicità a gola spiegata.


O per un sorso di vino! Che sia stato
rinfrescato da secoli nelle profondità sotterranee,
sapido di Flora e di prati verdi,
di danza, di canti provenzali, d’allegria solare!
Oh, sì, bere una coppa colma di calore,
pregna di rosso, Ippocrene pura e sincera,
con rosari di bolle occhieggianti sull’orlo,
e la bocca macchiata di porpora;
sì, poter bere, e inosservato lasciare il mondo
per svanire, infine, con te, nelle foreste oscure.


Sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare poi
ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:
il languore, la malattia, l’ansia.
Qui dove gli uomini seggono e odon l’un l’altro gemere,
qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,
dove la giovinezza impallidisce, si consuma
e spettrale muore,
dove il pensare stesso è riempirsi di dolore,
e la disperazione regna, dagli occhi di piombo,
dove la bellezza vede spenta la luce dallo sguardo
e il nuovo amore non riesce a struggersi oltre il domani.


Lontano! Lontano! e arrivare da te,
non portato da Bacco e dai suoi pargoli,
ma sulle invisibili ali della poesia,
anche se la mente, ottusa, si confonde e indugia:
già lì, con te, tenera è la notte,
con la sua luna regina sul trono
e le fate stellate tutt’intorno:
qui, invece, non c’è luce alcuna,
se non quella che dal cielo con la brezza spira
per verdeggianti tenebre e sinuosi sentieri di muschio.


Non vedo quali fiori siano ai miei piedi,
né che dolce incenso impenda sui rami,
ma nella profumata oscurità intuisco ogni soavità
di cui il mese propizio dota
l’erba, il boschetto e il selvaggio albero da frutta,
il biancospino e la pastorale Eglantina,
viole, presto appassite e sepolte tra le foglie;
e la figliuola maggiore di metà maggio:
la veniente rosa muschiata, dall’umore di vino di rugiada,
mormoreggiante dimora d’insetti nelle sere estive.


Nel buio ascolto, e ben molte volte
ho quasi desiderato la confortevole morte,
l’ho chiamata con soavi nomi in molte meditate rime,
l’ho pregata perché via si portasse nell’aria il mio respiro.
Or più che mai mi pare bene morire:
spegnersi a mezzanotte, senza alcun dolore,
mentre tu versi fuori l’anima
in tale estasi!
Tu canteresti ancora: ed io avrei orecchie invano,
al tuo alto requie divenuto una zolla.


Tu non nascesti per morire, tu, piuma immortale!
Le affannate generazioni non ti calpestano,
e la voce, che odo in questa fuggevole notte, fu udita
in antichi giorni da re e da villani:
forse è lo stesso canto che il sentiero trovò
nel cuore di Ruth, quando afflitta da nostalgia
ella stette in lagrime tra il grano straniero;
lo stesso, forse, che spesse volte ha
incantato magiche finestre, aperte sulla schiuma
di perigliosi mari, in fatate terre deserte.


Deserte! Come una campana risuona questa parola
che rintocca per ritrarmi da te alla mia solitudine!
Addio! La fantasia non può frodare così bene
com’ella ha fame di fare, ingannevole silfo.
Addio, addio. La tua antifona dolorosa svanisce
oltre i prati vicini, oltre la silenziosa corrente,
su per il colle per svanire appieno
tra i boschi della vicina valle.
È stato un sogno? O una visione?
Svanita è quella musica: dormo o son desto?

Il discorso sugli archetipi è strettamente connesso a quello del mythos, come è stato individuato dalla critica moderna della mitologia. Il mito è oggetto della poesia fin dalle origini della letteratura occidentale che noi facciamo risalire ad Esiodo ed Omero. Lo scrittore è per sua origine - afferma Borges - colui che avverte più degli altri la forza mitopoietica dei simboli, scaturenti dall'intimo e parla per archetipi, facenti parte della 'memoria collettiva'. 

A Borges non interessava tanto il sogno in se stesso, quanto la sua irruzione nella realtà. La storia è considerata «Un lungo sogno che si svolge attraverso i secoli» ed è probabile che non ci sia nessuno a sognarlo. È la somma ironia di Borges che edifica mondi dal nulla e, in un batter d’occhio, solvet saeclum in favilla. «Noi – scrisse – abbiamo sognato il mondo. L’abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e stabile nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità per sapere che è falso». La storia è un lungo sonno mitico, ma questo non toglie che vi siano sogni ricorrenti. Spetta all’artista – e non allo storiografo – viverli in modo più lucido. Ebbene, continua Borges, i sogni ricorrenti della storia sono quelli che comunemente chiamiamo simboli, archetipi, verità antiche, eterne, ribadite di secolo in secolo, di generazione in generazione, che appartengono tutte ad una fase mitologica dell'uomo. 


«Come gli alchimisti / che cercarono la pietra filosofale / nel mercurio fuggitivo, / farò che le comuni parole / – carte segnate dal baro, moneta della plebe – / rendano la magia che fu la loro / quando Thor era il nume e lo strepito, / il tuono e la preghiera. / Nel dialetto di oggi / Dirò a mia volta le cose eterne».

 


È forse una delle immagini più efficaci del nostro Sé, il cui luogo naturale è un’origine non esiliata all’inizio dei tempi ma che è illud tempus, che si ripete ad ogni istante regalandoci il crisma dell’immortalità. È qui che sgorga la vera Arte, è qui che affondano le radici del Grande Stile. Nel corso dei secoli sono stati dati molti nomi a questo Altrove: «Gli antichi lo chiamavano la musa, gli ebrei lo spirito, e Yeats la Grande Memoria. La nostra mitologia contemporanea preferisce nomi meno belli, come subcoscienza, subcosciente collettivo e via dicendo, ma è sempre la stessa cosa». Ecco il punto: ogni epoca ha le proprie mitologie, ma Borges preferiva quelle antiche alle mistiche dell’inconscio di Freud (che aveva definito «un ciarlatano ossessionato dal sesso»), cui preferiva di gran lunga Carl Gustav Jung, a patto che venisse letto come un creatore di miti.

Freud e Jung

William Butler Yeats


Per Borges tutta la letteratura è fantastica, lo è sempre stata: «è cominciata con le cosmogonie, con le mitologie, con i racconti di dèi e di mostri». Tutte le filosofie e teologie sono ramificazioni di questo genere. Ne condividono gli archetipi e i simboli, modulandoli in base allo Spirito del Tempo. È per questo che «bisogna ritornare a questa tradizione fantastica che è la vera grande tradizione, la tradizione principale della letteratura; il resto è piuttosto giornalismo, sarà anche storia, ma non è letteratura». Tanto forte è la sua provocazione che considerava il realismo come un episodio funesto, che ha infestato qualche secolo ma ben presto tramonterà. La grande letteratura, ci dice Borges, non è mai stata realista, ha sempre parteggiato per i Don Chisciotte di tutti i tempi. Scrivere di letteratura fantastica significa emendare questo errore, tornare alla normalità:

«Io non sono affatto un innovatore, e […] non ho fatto altro che continuare quello che facevano gli arabi, che hanno inventato le Mille e una Notte, quello che faceva Shakespeare, e d’altra parte quello che faceva anche Dante».



Fonti:

https://www.anteremedizioni.it/postilla_poesia_mito_poetica_cervello_di_massimo_conese

https://www.900letterario.it/scrittori-del-900/borges-mito-logos/

domenica 29 marzo 2020

Dario Fo in "Icaro e Dedalo"

A seguito del mio post precedente riguardo la mia interpretazione iconografica della parola mito, voglio non lasciare insoddisfatta la vostra curiosità sul mito di Dedalo e Icaro.
Trattasi di uno dei miti più famosi, ma che può sempre regalare sorprese, come questa interpretazione in chiave toscana del grandissimo Dario Fo, della versione del mito di Luciano di Samosata

Molto curiosa è inoltre la forte critica che fa nell'introduzione del suo spettacolo. Fo, infatti, interpreta ingiuriosamente il mito in chiave moderna: accostando la figura del giovane Icaro con quella dei giovani d'oggi.

Buona visione!

venerdì 27 marzo 2020

Indagine storico-linguistica -Step#02

Dopo aver discusso sul suo significato, sulla sua etimologia e sui suoi usi nelle lingue a noi lontane, credevo non ci fosse più nulla da dire sul termine mito. Eppure la mia curiosità non era sazia, dovevo approfondire la storia di questa parola.

Ripensandoci, quando parliamo di mito, non ci riferiamo sempre e soltanto ad un racconto, ad una favola o ad una leggenda. Partendo dagli 883 con la loro celebre canzone, noi tutti utilizziamo questo termine nelle più disparate espressioni, attribuendo ad esso diversi significati.

  •  "il mito di Garibaldi". Mito inteso come idealizzazione schematica o semplificata di un evento, di un personaggio o di un fenomeno sociale, che esprime i valori e le aspirazioni di una collettività e ne determina i comportamenti.
  • "il mito rousseauiano del buon selvaggio", inteso come motivo ispiratore o trasfigurazione ideale nell’opera di uno scrittore o di un’artista.
  • "il mito del benessere", "il mito dell’uguaglianza sociale", come rappresentazione ideale o ideologica di un’aspirazione collettiva.
  • "il mito di Hollywood", come immagine amplificata o alone leggendario che si crea attorno a un personaggio o a un fenomeno del costume sociale.
  • "quel personaggio è davvero un mito!", come persona o cosa che si segnala per particolari doti o qualità.


In definitiva, si può senza dubbio affermare che tutte queste sono espressioni farcite di un dolce significato positivo.
Ma perché questo termine nel tempo si è evoluta in questo modo? Esiodo avrebbe mai pensato che la parola con cui lui etichettava la sua teogonia avrebbe preso questa svolta?

Facciamo chiarezza..
Nel pensiero filosofico il termine indica, già dall’antichità, il racconto fantastico che non prevede dimostrazione, e in questo senso è opposto al logos (la dimostrazione ben fondata della verità), cui si attinge invece attraverso l’argomentazione razionale. Vico è il primo pensatore moderno che avvia una riflessione sul mito in una prospettiva storico-antropologica. La comprensione mitica per Vico, segna una fase autonoma, non complementare o superiore rispetto alla ragione. Il mito si esprime in favole che sono «maniera di pensare d’intieri popoli […] ne’ tempi della loro maggior barbarie», e che precedono la ragione: «la mente umana, la qual è indiffinita, essendo angustiata dalla robustezza de’ sensi, non può altrimenti celebrare la sua pressoché divina natura che con la fantasia».
Ma la vera svolta si ha fra il sec. 19° e il sec. 20°, durante i quali è stato condotto uno studio del mito secondo molteplici approcci disciplinari: in chiave sociologica (Durkheim, Lévy-Bruhl), in chiave antropologico-strutturalistica (Lévi-Strauss) o etnologica (Malinowski); in chiave storico-religiosa (Otto, Eliade); in chiave psicoanalitica. Mi ha incuriosito particolarmente quest'ultima: per Freud il mito, come il sogno, è espressione del linguaggio simbolico. Cassirer, invece, riassorbe il mito all’interno della più generale connotazione dell’uomo come «produttore di simboli».
Il mito è poi stato studiato anche in una prospettiva sociologico-politica. È stato rilevato che nel pensiero e nei movimenti politici moderni esso ha non di rado una funzione assai importante. La prospettiva della società comunista delineata da Marx – in cui saranno aboliti lo Stato, le istituzioni politico-amministrative e il denaro – contiene evidenti elementi mitici. Il teorico del sindacalismo rivoluzionario Georges Sorel ha giustificato il ricorso al mito, in quanto esso dà «un aspetto di piena realtà alle speranze di prossima azione», e quindi è assai utile per costruire una società nuova.
In ultima istanza, mito è dunque anche speranza nella quale trovare rifugio, che di questi tempi non guasterebbe.



Riferimenti:
https://dizionario.internazionale.it/parola/mito
http://www.treccani.it/enciclopedia/mito_%28Dizionario-di-Storia%29/

giovedì 19 marzo 2020

Definizione mito -Step#01

Mito. 

Questa è una parola molto lontana dalla percezione ingeneristica. Un ingegnere, uomo di scienze che vive di esperienze tangibili, non può nemmeno immaginare di credere in una favoletta.
Ma approfondiamo il senso del "mito".

Etimologicamente mito ha una radice molto antica. Dal greco μῦϑος che significa: parola, discorso, racconto, favola, leggenda. Credo sia molto interessante la prima traduzione dal greco suggerita dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, perché ci mostra come nel mondo antico il mito fosse la parola attraverso la quale in passato si potesse trasmettere alle nuove generazioni le proprie conoscenze, i propri usi e costumi, seppure dando una spiegazione fantasiosa.


Dovendone trovare però un collegamento con il mondo dell'ingegneria a cui mi sto approcciando, risulta secondo me essere troppo generica, seppur correttissima, la definizione data dal dizionario Treccani:
"Narrazione fantastica tramandata oralmente o in forma scritta, con valore spesso religioso e comunque simbolico, di gesta compiute da figure divine o da antenati (esseri mitici) che per un popolo, una cultura o una civiltà costituisce una spiegazione sia di fenomeni naturali sia dell’esperienza trascendentale, il fondamento del sistema sociale o la giustificazione del significato sacrale che si attribuisce a fatti o a personaggi storici; ...".
Spero per questo motivo di riuscire nei prossimi mesi a sviscerarne il significato, creando un ponte che colleghi il mito all'aridissimo materialismo dell'ingegnere, per infine riuscire a metabolizzare una nuova idea di questo concetto, e perché no, anche riguardo la figura dell'ingegnere e della sua materia.