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domenica 14 giugno 2020

Dialoghi "quasi" mitici -Step#25

Due amici di vecchia data, Andrea e Dario, si trovano nel solito bar vicino casa. L’estate sta finendo e i due sono tornati da poco in città dalle vacanze estive.

ANDREA.

(entra nel bar) Ehilà! Come andiamo? (abbraccia D.).

DARIO.

(dando una pacca sulla spalla ad A.) Tutto bene, caro! E tu?

ANDREA.

Non c’è male. E allora? Questa vacanzina? (si siede al tavolo).

DARIO.

Non hai idea di quante ne ho da raccontare (prende posto).

ANDREA.

Si va be’, sei il solito mattacchione!

DARIO.

Eh, sì! Mi sono dato alla pazza gioia (sorride ironicamente), e tu? (fa un cenno al cameriere per ordinare)

ANDREA.

Lo sai, ero con Giulia… (alza gli occhi al cielo) che noia quella tipa.

DARIO.

Non stare sempre a lamentarti. Sicuramente non sarà stato così male.

ANDREA.

Forse hai ragione. Alla fine mi sono goduto un po’ di mare, un po’ di relax e qualche bella ragazza (ride).

DARIO.

(ride) Tu sempre a quello pensi, birbantello!

ANDREA.

E tu che hai combinato?

DARIO.

Sai, solita solfa. In montagna, la natura, i ruscelli… Una fetta di paradiso il Piemonte.

Piuttosto, hai avuto notizie di Marco? (poi, voltandosi verso il cameriere) Due caffè, per piacere. (guarda A. cercando consenso) Tanto Marco ritarderà come al solito.

ANDREA.

Marco? Sempre in ritardo lui, quell’uomo è un mistero. Comunque no, non si è fatto sentire nemmeno una volta.

DARIO.

Lui sì che si sarà divertito a Mykonos!

ANDREA.

Eh già! Carlotta mi ha detto di averlo sentito. A quanto pare si è fatto fare i capelli rasta.

DARIO.

No, non ci posso credere! Sarà un’oscenità! (strabuzza gli occhi) Pensa che Giulio ha visto una foto di lui al pronto soccorso. Pare che sia finito in un giro di droga laggiù.

ANDREA.

Non dire assurdità! Sai che Marco è un po’ ingenuo, ma non si direbbe fino a tal punto.

DARIO.

(aiutando il cameriere a servire il caffè) Giulio dice che aveva sicuramente fatto a botte con qualcuno, perché aveva il naso rotto.

ANDREA.

(quasi sputando il caffè appena sorseggiato) Si è rotto il naso?!

DARIO.

A quanto pare… Speriamo non si sia trattato di qualcosa di eccessivamente grave.

ANDREA.

Speriamo… Anche perché sostenere le spese mediche non sarà facile per lui, dato che gli stanno pignorando la casa.

DARIO.

Cosa?! Non ne sapevo nulla! Non me ne ha mai parlato.

ANDREA.

Sai che non ama parlare di soldi. Non ne ha parlato neppure a me. Me lo ha raccontato la sua ex ragazza.

DARIO.

Mamma mia! Eppure, lui è un così bravo ragazzo (pensieroso sospira). Non è da lui.

ANDREA.

Hai proprio ragione Dariuccio, ma sai, magari è cambiato e non ce ne siamo nemmeno accorti (fa spallucce).

DARIO.

Quando eravamo più piccolini è sempre stato il più giudizioso dei tre. Ricordi? Noi sempre lì a far baldoria e lui con la testa fra i libri.

ANDREA.

Magari starà recuperando il tempo perso in epoca liceale. Che so (ride).

DARIO.

Ma va! Proprio non me lo spiego…

ANDREA.

(porge le tazzine al cameriere) Grazie!

CAMERIERE.

A lei!

MARCO.

(entrando nel bar) Guarda chi si vede! Il gatto e la volpe! (ride)

ANDREA.

Eccolo! (ride)

DARIO.

Alla buon’ora, furfante! Dove hai lasciato i tuoi rasta? (continuando a ridere)

ANDREA.

Gli saranno caduti lungo la strada (ride). Ma poi, che rinoplastica perfetta, no? (cercando approvazione da A.)

DARIO.

Ma sì, chissà quanti danari avrà sganciato il nostro Casanova! (ride)

MARCO.

(prendendo posto) Ma di che diamine parlate voi cialtroni? Sempre a farneticare state.

DARIO.

Vedi che le notizie corrono veloci. Sappiamo tutto, vuota il sacco!

ANDREA.

(spalleggiando D.) Che vacanza da leoni, eh?

MARCO.

Non ho proprio idea di che cosa stiate parlando voi due. Sono stato a Mykonos a trovare mio zio Ioannis, mi sono preso cura di lui. Non ho fatto nessuna vacanza da leone… (si acciglia perplesso)

ANDREA.

Ma come? Non starai mentendo proprio a noi due. Sappiamo della casa pignorata.

DARIO.

A proposito, se hai bisogno di una mano, vieni pure a stare da me.

MARCO.

Pignorando la casa? Ma se l’ho appena comprata! (ride perplesso) Grazie Dario, ma non ne ho bisogno. Ma poi di che rinoplastica state parlando? Chi l’ha fatta? La moglie di Giulio?

DARIO.

Sì sì, certo! Fai pure il finto tonto, sappiamo del giro di droga in cui sei finito.

ANDREA.

Smetti di tenerci all’oscuro di tutto!

MARCO.

Certo, dimenticavo il traffico di farmaci che portavo dal negozio al letto dello zio (ride sarcastico).

DARIO.

Su, fa vedere (afferra il volto di M. dal mento e lo squadra). Proprio un ottimo lavoro, è proprio identico, non c’è che dire.

MARCO.

E mollami, idiota! (allontanando seccato la mano di D.) Non ho fatto nessun intervento. Smettetela di seccarmi, fate i seri.

ANDREA.

Non stiamo farneticando, scemo. Sono state diffuse notizie false sul tuo conto.

MARCO.

Siete dei pecoroni. Sentiamo, cosa vi hanno detto su di me?

DARIO.

Beh, Giulio mi ha detto di aver visto una tua foto al pronto soccorso e la tua carissima (ride ironicamente) ex ragazza mi ha detto della casa.

ANDREA.

A me quella stupida di Carlotta ha detto dei rasta.

MARCO.

Siete stati raggirati come dei citrulli. Non bisogna credere a tutto quello che la gente dice in giro.

DARIO.

Hai proprio ragione, mi sento così sciocco.

ANDREA.

Eh sì, avremmo dovuto chiedere direttamente a te, la fonte più attendibile di tutti. Ci dispiace.

MARCO.

Non vi preoccupate, sono cose che capitano. State più attenti in futuro (da una pacca sulla spalla a D. e A. per smorzare la tensione).

mercoledì 3 giugno 2020

Zibaldone dei pensieri "mitici" -Step#20


In Italia dimentichiamo spesso di aver avuto un ottimo filosofo - oltre che scrittore - di rilevanza tale da non essere eclissato dai filosofi romantici tedeschi. Si tratta del celeberrimo Giacomo Leopardi, ben più noto, infatti, come poeta.


L'opera che racchiude l'insieme dei pensieri e delle riflessioni dell'italico autore è - come mostrato dall'immagine - lo "Zibaldone di pensieri". In quest'opera Leopardi affronta i più svariati temi filosofici, passando anche per il mito.

Il pensiero mitico non è appannaggio solo delle società arcaiche o primitive, come già dimostrato nei miei articoli precedenti sul "mito contemporaneo" e sul "mito moderno". 
Il mito non si presenta più in quanto tale, ma sotto la luce della distanza critica. Esso ha valore allegorico (i miti religiosi, per esempio), o indica un’idea o una costruzione che non ha alcun rapporto con la realtà. L’idea del mito in Leopardi può sembrare paradossale, poiché il poeta rivendica «uno scetticismo ragionato e dimostrato» ma, che denuncia a partire dalla teoria empirica della «conformabilità», i miti delle idee innate, delle idee platoniche, ma anche l’idea di Dio stesso. In realtà da sempre Leopardi è stato attratto dal mito, come testimonia il saggio Sopra gli errori popolari degli antichi del 1815, che rappresenta un’immersione critica nelle superstizioni mitiche degli antenati. In un rapporto quasi contradditorio con l’idea di Platone, Leopardi denuncia le sue idee, considerandolo come «il più profondo, il più vasto e sublime filosofo tra gli antichi», nel suo diario Zibaldone dei pensieri. Dunque è una contraddizione apparente tra denuncia e fascino per il mito, che si trova nelle opere di Leopardi.

Il termine «mitologia», «acerbissima mitologia», è prodotto dalla ragione quando essa pretende di operare facendo astrazione dal «sistema della bellezza, delle illusioni». Leopardi rivendica solamente lo «scetticismo ragionato», che ritroviamo a volte nella sua poesia come nei Canti. Questo scetticismo si potrebbe rivelare come un mito personale del grande poeta. Per Nietzsche, Leopardi è un «ultra platonico».

Dall'alto scendendo verso destra: Giacomo Leopardi, Platone, 
Friedrich Nietzsche


La filosofia di Nietzsche è a volte un’accusa contro la tradizione filosofica occidentale che avrebbe opposto il mondo sensibile a quello ideale. Quest’opposizione, secondo Nietzsche, risulta da una proiezione personale dei filosofi. Leopardi mantiene una dicotomia tra un al di là, il nulla, è un qui percepito come reale e insignificante. Il nulla per Leopardi non indica solamente l’impossibilità di mostrare l’essenza delle cose, ma il nulla è la realtà vissuta e percepita durante le esperienze personali evocate nello Zibaldone, il diario intellettuale poeta: «Io ero spaventato di trovarmi nel mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Mi sentivo soffocare, considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla».
Questa realtà Leopardi l’ha tradotta nella sua poesia attraverso il motivo del nulla, ma anche molto discusso nelle Operette morali che trasmettono le riflessioni materialiste del poeta sull’universo. La materia e l’universo sono eterni per Leopardi, invece gli esseri e le cose sono destinate a perire e a ritornare da dove sono venute, cioè nel non essere. Leopardi fa del nulla l’origine e la fine di tutte le cose, esprimendo così la sua idea dell'essenza del pensiero occidentale. Le cose vengono dal nulla e rappresentano il nulla.


Fonti:
http://www.orizzonticulturali.it/it_studi_Alina-Monica-Turlea.html

sabato 16 maggio 2020

Testimonial mitico -Step#16

Nella scrittura di questo blog ho imparato insieme a voi come da un singolo termine possano svilupparsi tante strade, come i raggi di una ruota di bicicletta. Volendo però risalire il fiume del logos mitico, il mio limite conoscitivo non riesce a sconfiggere le correnti che nascondono il vero. Per questo devo fare affidamento ad uno di quei lanternoni pirandelliani che illuminano la retta via.
Ed ecco che con questo obiettivo salgo sul groppone del caro Jorge Luis Borges - già citato in un post precedente - e mi faccio trasportare verso il vero sul mito.

Jorge Luis Borges

Se pensiamo al mito, dove proiettiamo la nostra mente? Il nostro cervello si catapulterebbe in luoghi e tempi remoti, tali da giustificare certe immagini dionisiacamente irrazionali. Su questa ricerca interiore verso il proprio io più intimo e arcaico riflette Borges. 

Lo scrittore argentino individua, quindi, nella poesia e la letteratura in generale - prodotti dell'animo umano - una struttura ed un linguaggio non comuni. Queste comunicano attraverso dei fattori che riflettono degli archetipi interiori. Borges fa riferimento ad un esempio per tutti: l'Ode all'usignuolo di John Keats.

 


Il cuore si strugge ed un sonnolento torpore
affligge i sensi, come se ebro di cicuta,
o d’un sonnifero pesante trangugiato
pochi istanti fa, fossi affondato nel Lete:
è non certo per invidia della tua felice sorte,
ma troppo felice nella tua felicità.
Tu, arborea driade dalle lievi piume,
che in una macchia melodiosa
di faggi verdi e sparsa d’ombre innumerevoli
canti l’estate la felicità a gola spiegata.


O per un sorso di vino! Che sia stato
rinfrescato da secoli nelle profondità sotterranee,
sapido di Flora e di prati verdi,
di danza, di canti provenzali, d’allegria solare!
Oh, sì, bere una coppa colma di calore,
pregna di rosso, Ippocrene pura e sincera,
con rosari di bolle occhieggianti sull’orlo,
e la bocca macchiata di porpora;
sì, poter bere, e inosservato lasciare il mondo
per svanire, infine, con te, nelle foreste oscure.


Sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare poi
ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:
il languore, la malattia, l’ansia.
Qui dove gli uomini seggono e odon l’un l’altro gemere,
qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,
dove la giovinezza impallidisce, si consuma
e spettrale muore,
dove il pensare stesso è riempirsi di dolore,
e la disperazione regna, dagli occhi di piombo,
dove la bellezza vede spenta la luce dallo sguardo
e il nuovo amore non riesce a struggersi oltre il domani.


Lontano! Lontano! e arrivare da te,
non portato da Bacco e dai suoi pargoli,
ma sulle invisibili ali della poesia,
anche se la mente, ottusa, si confonde e indugia:
già lì, con te, tenera è la notte,
con la sua luna regina sul trono
e le fate stellate tutt’intorno:
qui, invece, non c’è luce alcuna,
se non quella che dal cielo con la brezza spira
per verdeggianti tenebre e sinuosi sentieri di muschio.


Non vedo quali fiori siano ai miei piedi,
né che dolce incenso impenda sui rami,
ma nella profumata oscurità intuisco ogni soavità
di cui il mese propizio dota
l’erba, il boschetto e il selvaggio albero da frutta,
il biancospino e la pastorale Eglantina,
viole, presto appassite e sepolte tra le foglie;
e la figliuola maggiore di metà maggio:
la veniente rosa muschiata, dall’umore di vino di rugiada,
mormoreggiante dimora d’insetti nelle sere estive.


Nel buio ascolto, e ben molte volte
ho quasi desiderato la confortevole morte,
l’ho chiamata con soavi nomi in molte meditate rime,
l’ho pregata perché via si portasse nell’aria il mio respiro.
Or più che mai mi pare bene morire:
spegnersi a mezzanotte, senza alcun dolore,
mentre tu versi fuori l’anima
in tale estasi!
Tu canteresti ancora: ed io avrei orecchie invano,
al tuo alto requie divenuto una zolla.


Tu non nascesti per morire, tu, piuma immortale!
Le affannate generazioni non ti calpestano,
e la voce, che odo in questa fuggevole notte, fu udita
in antichi giorni da re e da villani:
forse è lo stesso canto che il sentiero trovò
nel cuore di Ruth, quando afflitta da nostalgia
ella stette in lagrime tra il grano straniero;
lo stesso, forse, che spesse volte ha
incantato magiche finestre, aperte sulla schiuma
di perigliosi mari, in fatate terre deserte.


Deserte! Come una campana risuona questa parola
che rintocca per ritrarmi da te alla mia solitudine!
Addio! La fantasia non può frodare così bene
com’ella ha fame di fare, ingannevole silfo.
Addio, addio. La tua antifona dolorosa svanisce
oltre i prati vicini, oltre la silenziosa corrente,
su per il colle per svanire appieno
tra i boschi della vicina valle.
È stato un sogno? O una visione?
Svanita è quella musica: dormo o son desto?

Il discorso sugli archetipi è strettamente connesso a quello del mythos, come è stato individuato dalla critica moderna della mitologia. Il mito è oggetto della poesia fin dalle origini della letteratura occidentale che noi facciamo risalire ad Esiodo ed Omero. Lo scrittore è per sua origine - afferma Borges - colui che avverte più degli altri la forza mitopoietica dei simboli, scaturenti dall'intimo e parla per archetipi, facenti parte della 'memoria collettiva'. 

A Borges non interessava tanto il sogno in se stesso, quanto la sua irruzione nella realtà. La storia è considerata «Un lungo sogno che si svolge attraverso i secoli» ed è probabile che non ci sia nessuno a sognarlo. È la somma ironia di Borges che edifica mondi dal nulla e, in un batter d’occhio, solvet saeclum in favilla. «Noi – scrisse – abbiamo sognato il mondo. L’abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e stabile nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità per sapere che è falso». La storia è un lungo sonno mitico, ma questo non toglie che vi siano sogni ricorrenti. Spetta all’artista – e non allo storiografo – viverli in modo più lucido. Ebbene, continua Borges, i sogni ricorrenti della storia sono quelli che comunemente chiamiamo simboli, archetipi, verità antiche, eterne, ribadite di secolo in secolo, di generazione in generazione, che appartengono tutte ad una fase mitologica dell'uomo. 


«Come gli alchimisti / che cercarono la pietra filosofale / nel mercurio fuggitivo, / farò che le comuni parole / – carte segnate dal baro, moneta della plebe – / rendano la magia che fu la loro / quando Thor era il nume e lo strepito, / il tuono e la preghiera. / Nel dialetto di oggi / Dirò a mia volta le cose eterne».

 


È forse una delle immagini più efficaci del nostro Sé, il cui luogo naturale è un’origine non esiliata all’inizio dei tempi ma che è illud tempus, che si ripete ad ogni istante regalandoci il crisma dell’immortalità. È qui che sgorga la vera Arte, è qui che affondano le radici del Grande Stile. Nel corso dei secoli sono stati dati molti nomi a questo Altrove: «Gli antichi lo chiamavano la musa, gli ebrei lo spirito, e Yeats la Grande Memoria. La nostra mitologia contemporanea preferisce nomi meno belli, come subcoscienza, subcosciente collettivo e via dicendo, ma è sempre la stessa cosa». Ecco il punto: ogni epoca ha le proprie mitologie, ma Borges preferiva quelle antiche alle mistiche dell’inconscio di Freud (che aveva definito «un ciarlatano ossessionato dal sesso»), cui preferiva di gran lunga Carl Gustav Jung, a patto che venisse letto come un creatore di miti.

Freud e Jung

William Butler Yeats


Per Borges tutta la letteratura è fantastica, lo è sempre stata: «è cominciata con le cosmogonie, con le mitologie, con i racconti di dèi e di mostri». Tutte le filosofie e teologie sono ramificazioni di questo genere. Ne condividono gli archetipi e i simboli, modulandoli in base allo Spirito del Tempo. È per questo che «bisogna ritornare a questa tradizione fantastica che è la vera grande tradizione, la tradizione principale della letteratura; il resto è piuttosto giornalismo, sarà anche storia, ma non è letteratura». Tanto forte è la sua provocazione che considerava il realismo come un episodio funesto, che ha infestato qualche secolo ma ben presto tramonterà. La grande letteratura, ci dice Borges, non è mai stata realista, ha sempre parteggiato per i Don Chisciotte di tutti i tempi. Scrivere di letteratura fantastica significa emendare questo errore, tornare alla normalità:

«Io non sono affatto un innovatore, e […] non ho fatto altro che continuare quello che facevano gli arabi, che hanno inventato le Mille e una Notte, quello che faceva Shakespeare, e d’altra parte quello che faceva anche Dante».



Fonti:

https://www.anteremedizioni.it/postilla_poesia_mito_poetica_cervello_di_massimo_conese

https://www.900letterario.it/scrittori-del-900/borges-mito-logos/

martedì 7 aprile 2020

Anche poesia -Step#07

La mitologia va da sempre a braccetto con la poesia. Infatti, sebbene abbiamo anche visto un esempio prosastico di mito, il mito per sua natura è un componimento tipicamente poetico. Ci basti pensare agli aedi e rapsodi greci che cantavano le gesta del Pelide Achille o chi per lui; ma anche successivamente con i bardi medievali e così via... Tutti questi personaggi dovevano immagazzinare migliaia di storie nel loro repertorio, che altrimenti non avrebbero potuto ricordare, se non con formule poetiche, che assemblavano come puzzle nelle loro narrazioni a seconda della necessità.

Un aedo dell'antica Grecia

Secondo J.L. Borges, la poesia comunica attraverso dei fattori che riflettono degli archetipi interiori. Il discorso sugli archetipi è strettamente connesso a quello del mythos: il mito è oggetto della poesia fin dalle origini della letteratura occidentale che noi facciamo risalire ad Esiodo ed Omero. La poesia è il linguaggio archetipico dell'uomo.




Il poeta è per sua origine colui che avverte più degli altri la forza mitopoetica dei simboli scaturenti dall'intimo, e che parla per archetipi facenti parte della 'memoria collettiva'. Il recupero degli archetipi appare la funzione primaria del poeta. Platone parla di 'invasamento divino' che possiede i poeti e li fa comporre: la poesia è "una mania proveniente dalle Muse" (Ione, 533e-536b; Fedro, 245a).

Cesare Pavese
Cesare Pavese, invece, indagando su questo archetipo umano del fare mitologia scrisse: "Ma non è da credere che in sé quest’esperienza del mito sia un privilegio dei poeti e, a un grado più discosto, dei pensatori. È un bene universalmente umano, è la religione che sopravvive anche nei cuori più squallidi o più meschini, i quali sarebbero ben stupiti se qualcuno gli spiegasse che dentro di loro è un germe che potrebbe diventare una favola. E occorre dirlo? – la condizione su cui si fonda l’universalità e la necessità della poesia” (C. Pavese, Il mito, in “Cultura e Realtà”, n.1, maggio-giugno 1950).

Proprio su di lui ho voluto puntare la mia lente d'ingrandimento per studiare la poesia attraverso il mito. Affascinante - e personalmente a pieno condivisibile - è la sua idea che il primo centro e motore di questo meccanismo poetico è l’infanzia/adolescenza, il momento decisivo in cui si costruisce la mitologia personale dell’uomo a partire dalla scoperta del mondo. “Il mito è insomma una norma, lo schema di un fatto avvenuto una volta per tutte, e trae il suo valore da questa unicità assoluta che lo solleva fuori dal tempo e lo consacra rivelazione”, scrive Pavese nel 1943. 
Più di una poesia della raccolta Lavorare stanca è emblematica di questa tensione. Tra queste è impossibile non citare: Il dio-caprone, i vari Paesaggi, Mito, Una stagione; ma ancora più significativa credo sia Una notte, composta nel 1938, una poesia «di una purezza elegiaca straordinaria.



Ma la notte ventosa, la limpida notte
che il ricordo sfiorava soltanto, è remota,
è un ricordo. Perduta una calma stupita
fatta anch’essa di foglie e di nulla. Non resta,
di quel tempo di là dai ricordi, che un vago
ricordare.

Talvolta ritorna nel giorno
nell’immobile luce del giorno d’estate,
quel remoto stupore.

Per la vuota finestra
il bambino guardava la notte sui colli
freschi e neri, e stupiva di trovarli ammassati:
vaga e limpida immobilità. Fra le foglie
che stormivano al buio, apparivano i colli
dove tutte le cose del giorno, le coste
e le piante e le vigne, eran nitide e morte
e la vita era un’altra, di vento, di cielo,
e di foglie e di nulla.

Talvolta ritorna
nell’immobile calma del giorno il ricordo
di quel vivere assorto, nella luce stupita.



Riferimenti:

venerdì 3 aprile 2020

Letteratura narrativa -Step#06

Nella letteratura vi sono certi temi che ricorrono con molta frequenza. Quello del mito credo sia uno dei più usati, poiché richiama alla nostra parte più interiore, ci riporta a fior di pelle delle sensazioni che ci accomunano tutti in quanto uomini.

Non serve scostarsi troppo dalla narrativa che ci accompagna sin da bambini per trovare quelli che sono eccellenti esempi di miti didattici. A tal proposito voglio presentarvi alcune parabole di Gesù che ci sono state insegnate sin da piccoli per infondere in noi una morale socialmente accettata. Queste parabole sono perfetti esempi di narrazione mitica presente nei vangeli della bibbia.
Vi riporto di seguito due esempi:



La parabola del figliol prodigo

Nella parabola che Gesù racconta, un uomo ha due figli e, nonostante non manchi loro nulla, il più giovane pretende la sua parte di eredità mentre il padre è ancora in vita. Ottenutala, si reca in un paese lontano dove spreca tutte le sue ricchezze con una vita dissoluta. Ridotto alla fame torna dal padre che invece di castigarlo per la sua sconsideratezza, lo perdona, lo riammette in famiglia e addirittura organizza una festa in suo onore.





La parabola del buon samaritano


"«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 37 Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Và e anche tu fà lo stesso»."

lunedì 30 marzo 2020

Mito nella mitologia -Step#04


Ieri sera mi ero perso tra i pensieri notturni che assoggettano il sonno, quando d'improvviso immaginai la mia vita come meta-vita... come se fossi personaggio del racconto di qualcun altro. Dopo la quiete notturna, stamattina ho deciso di fare lo stesso con il concetto di cui mi sto appassionando: il mito.
Esiste un meta-mito, inteso come mito che tratti di un mito?

Non credo che esista un mito autoreferenziale, poiché questo trascenderebbe dalla definizione e dal senso che gli abbiamo attribuito. Allora che fare?
Beh, esistono un'infinità di miti delle origini, a partire dai miti cosmogonici, fino ai miti eziologici. Quest'ultimi sono - a mio parere - i miti in senso più assoluto, quelli che ricercano nella casualità propria un certo senso di mitologia - intesa come mistificazione della realtà - attraverso un racconto immaginario.
Per questo motivo, ispirato da Ovidio, ho deciso di dedicarvi il mito di Apollo e Dafne.
Ne "Le Metamorfosi", libro da cui è tratto, il poeta latino ha infatti reso celebri e trasmesso ai posteri numerosissime storie e racconti mitologici della classicità greca e romana.

Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini

Leggi il mito di Apollo e Dafne secondo Ovidio


Da questo mito si capisce la vulnerabilità delle creature divine, che tanto quanto un umano non riescono a resistere all’amore, e che risultano essere anche irascibili e vendicativi. Il racconto nasce infatti dal rapporto conflittuale tra Apollo e Cupido: il primo ha la colpa di aver offeso Cupido e l’altro di non essere stato superiore agli insulti di Apollo.
La morale mitica in realtà si concentra sull'amore, sostenendo che sia inutile porre in atto tentativi di conquista se l’essere amato non ricambia gli stessi sentimenti. Invece, in chiave cristiana (attraverso le interpretazioni nate durante il medioevo), si può leggere tra le righe un invito al rispetto del prossimo, che, qualunque sia la sua scelta va rispettato in barba alla violenza.



Riferimenti:
https://doc.studenti.it/altro/epica/2/apollo-dafne.html
http://www.iconos.it/le-metamorfosi-di-ovidio/libro-i/apollo-e-dafne/

venerdì 20 marzo 2020

Il mito delle metà -Interpretazione

Data la mia smielata vena romantica e approfittando delle mie conoscenze del mondo classico, oggi voglio proporre un mito che mi ha appassionato durante i miei studi scolastici.
Si tratta del mito delle metà o mito dell'androgino narrato in un dialogo del Simposio di Platone. 

Parla Aristofane, grande commediografo greco, e racconta:
"Un tempo gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v’era la
distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all’antica perfezione..."
(consulta il mito completo qui


(Vi lascio all'immaginazione la visione delle mie professoresse di greco e di filosofia messe schiena contro schiena a simulare tale posizione. Immagine tanto ilare dato che una fosse molto più alta dell'altra.)

Interpretazione personale:
Anche se il mito riguarda l'eros e l'amore, credo si possa trovare in esso metaforicamente non solo la ricerca della propria dolce metà, ma anche della propria natura. Ricerca interiore, dunque, verso una certa maturità psicologica e intellettiva che sta dentro di noi e che dobbiamo riscattare a noi stessi.
Sta proprio in questo il lavoro dell'ingegnere a mio parere. Data una necessità, l'ingegnere deve trovare dentro di sé -sfruttando le conoscenze acquisite- la metà che completi la mela e porti alla dissoluzione della matassa.


Riferimenti: